We shall overcome: il perché di una scelta

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di Massimo Selis

«E non stanchiamoci di fare il bene; se infatti non desistiamo, a suo tempo mieteremo». (Gal 6,9)

Il mondo è un grande campo di battaglia,

Con le forze tutte schierate;

Se nel mio cuore non mi arrendo,

Un giorno vincerò.

Così recitano le prime strofe di un inno gospel composto nel 1901 da Charles Albert Tindley, ministro della Chiesa Episcopale Metodista di Filadelfia. Quell’inno si intitolava I’ll overcome some day e prendeva spunto proprio da un passaggio della Lettera di San Paolo ai Galati.

Nell’attraversare la tempesta, le forze possono venire meno, perché è il cuore che si stanca, vedendo attorno a sé soltanto pioggia, freddo e oscurità. Ma il Bene lo si deve compiere perché conserviamo la certezza di una luce che non si spegne e ci chiama a non abbandonare la retta via.

Oggi siamo nella tempesta. Ma la domanda non è quando avrà fine, ma se noi resteremo in piedi, con lo sguardo oltre le nubi.

Quel canto, che in realtà ha origine ancor più lontane e insospettabili è divenuto nel novecento una canzone famosissima, un inno di libertà e speranza contro ogni oppressione: We shall overcome.

Ne parliamo oggi con Cesare Vincenti, trombettista, compositore, insegnante di musica, che all’interno del progetto collettivo Le luci di Atlantide, ha riarrangiato e suonato insieme ad un ensemble, una nuova versione di questa canzone portata al successo la prima volta da Pete Seeger.

Innanzitutto un po’ di storia. Quali “antenati” ha We shall overcome? E successivamente da quali artisti e in che contesti è stata ripresa?

La parte musicale denota una certa somiglianza con il primo dei “Fünf Klavierstücke op.3” (5 pezzi per pianoforte) di Richard Strauss che a sua volta potrebbe essere stato più o meno consapevolmente influenzato dall’inno cattolico laico del Settecento “O Sanctissima”, noto anche come “Inno dei Marinai Siciliani”. Piuttosto evidenti sono anche le analogie con la parte armonica e melodica dell’inno gospel del 19° secolo “I’ll Be All Right”. Come ha saggiamente riassunto Victor Bobetsky nel suo libro del 2015 sull’argomento: “‘We Shall Overcome’ deve la sua esistenza a molti antenati e al costante cambiamento e adattamento che è tipico del processo di musica popolare”.

Il brano nella sua forma attuale è stato eseguito nel 1963 da una giovanissima Joan Baez, difronte a una folla di circa 250.000 persone durante la celebre marcia su Washington per il lavoro e la libertà che culminò con lo storico disorso di Martin Luther King “I have a dream”. La stessa folla, pochi anni dopo, intonerà “We Shall Overcome” ai funerali del grande attivista che ne aveva più volte citato il testo nei suoi discorsi. Più recentemente, il brano è stato riproposto da Roger Waters dei Pink Floyd come protesta contro il blocco israeliano di Gaza e da Bruce Springsteen che ha eseguito la canzone durante il concerto-memoriale a Oslo, il 22 luglio 2011, dopo gli attacchi terroristici in Norvegia e l’ha anche inserito in un album dedicato a Pete Seeger.

Purtroppo, “We Shall Overcone” ha subito anche diverse strumentalizzazioni politiche (proprio come il nostro “Bella Ciao”), finendo sulla bocca di personaggi decisamente antitetici rispetto al contesto socioculturale che fece del brano un inno.

Come è nato questo progetto musicale? Perché proprio questo brano nell’attuale momento storico?

Il progetto è nato dalla volontà di manifestare il rifiuto della narrazione pandemica imposta dal mondo della politica e dai media, attraverso mezzi consoni a chi, come me, lavora da anni nel mondo della musica. La possibilità di riarrangiare in chiave jazz-soul “We Shall Overcome” è apparsa subito a me e agli amici-colleghi che ho coinvolto nel progetto, come l’opportunità ideale per ribadire che “l’artista è un anticorpo che la società si crea contro il potere” (come direbbe Fabrizio De André); l’unico tipo di anticorpo – per restare nell’ambito terminologico più diffuso in questo momento storico – capace di prevalere su qualsiasi tipo di minaccia, di qualunque natura, nei confronti del genere umano.

Il mondo della musica e dell’arte in generale, specialmente nel nostro Paese, sembra aver completamente sposato la narrazione del potere? È così? E se è così, quali sono secondo te i motivi profondi di questo atteggiamento servile?

Temo proprio di sì. A mio avviso, il motivo principale è da attribuire alle profonde metamorfosi subite dai concetti stessi di arte ed espressione artistica, ridotti in uno stato, per così dire, di tossicodipendenza dalla politica e dai finti ideali neoliberisti di stampo capitalista di cui è profondamente permeata la nostra società.

Credi che il mondo dell’arte abbia bisogno di una riflessione interna? Sul perché e sul come si debba fare arte oggi?

Credo che una profonda riflessione interna sia necessaria quanto urgente. Oggi più che mai, secondo me, il mondo dell’arte ha bisogno di ricostruire la propria identità smarcandosi il più possibile da tutto ciò che non ha nulla di artistico. Prendendo ancora in prestito le parole di De André direi che un intellettuale incapace di “trasformare quello che capisce in qualcosa d’altro che arriva ancora meglio”, si integra e cessa automaticamente di essere un artista e produrre arte.

Pensi che il pubblico abbia un’idea distorta o perlomeno troppo vaga di cosa sia l’ambiente artistico nell’attuale contesto? Credi che sia necessaria una nuova “alfabetizzazione” all’arte, in virtù di un cambiamento umano e sociale che avvolge tutto?

“Alfabetizzazione” mi sembra il termine giusto per indicare ciò che è maggiormente necessario, considerando i contenuti e le modalità, risibili dal punto di vista quantitativo e qualitativo, previsti dai programmi ministeriali per l’insegnamento della musica e dell’arte in genere nella scuola italiana.

Una domanda, e un desiderio. Cosa ti aspetti da questo progetto? Per l’arte e per le persone.
Mi piacerebbe che fosse colto il valore di un messaggio profondo amplificato dalla musica e dalle immagini; un messaggio che affonda le proprie radici nella Storia, che chiede agli esseri umani di riscoprirsi e riconoscersi tali, di prendersi per mano per superare l’imposizione strumentale della distanza spirituale prima ancora che fisica.

P.S.

Le persone hanno bisogno dell’Arte più di quanto esse vogliano ammettere. E l’arte va ricostruita assieme, mattone dopo mattone.

Qui il link al video del brano We shall overcome: https://www.youtube.com/watch?v=JZqA67-WAPU

Foto: Marco Mandini, modifiche di Idee&Azione

11 settembre 2021